San Salvo, una città aperta ma sempre più vecchia

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L’analisi di Orazio Di Stefano sui cambiamenti sociali che si stanno verificando a San Salvo: cosa siamo stati, cosa bisogna fare per continuare a crescere

La collega Schiavarelli mi chiede di analizzare la trasformazione socio economica della nostra città, di cui mi fornisce alcuni dati: popolazione in aumento, grazie soprattutto ai nuovi migranti; i più numerosi tra questi ultimi sono i rumeni, seguiti dagli albanesi; popolazione, con età media sempre più alta (sintomo di progressivo invecchiamento); popolazione, con età sempre più alta anche nella fascia di età operativa, per quanto bilanciata dalla presenza degli stranieri; indice di ricambio della popolazione attiva sempre più alto in progressivo aumento; carico economico della popolazione non attiva (fascia sotto i 14 ed oltre i 65) su quella attiva attualmente del 50% contro il 30% del 2002; settore manifatturiero ancora trainante (con 17.406 addetti, anche se non tutti sansalvesi), seguito dal commercio (con 1244 addetti), dall’edilizia (876 addetti), dai servizi (dato non pervenuto) e dall’agricoltura (280 addetti). Aderisco volentieri all’ invito della collega, ritenendo, il suo, uno sforzo positivo di farci ragionare su noi stessi, per immaginare il nostro futuro.

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Che società emerge da quanto ha rilevato Antonella ? San Salvo continua ad essere una “società aperta”. Ieri si apriva al nostro entroterra; oggi si apre ai non italiani. Ma chi arriva non è “giovanissimo” e non ha molti figli, poiché non “svecchia” la popolazione complessiva. Il differenziale tra la popolazione non attiva e quella attiva è quello standard. La città continua ad essere una città “operaia” (con la netta prevalenza del settore manifatturiero); diminuiscono, tuttavia, i “metalmezzadri”, poiché l’agricoltura fa campare meno di trecento persone. Scompare, dunque, quella virtuosità economica generata dallo stipendio fisso delle fabbriche con la rendita delle “pricoche”. Resta evidentemente solo lo stipendio (che non ci fa manco più arrivare a fine mese), che genera meno terziario: il 10% della popolazione tra addetti commerciali ed agricoli sembrano pochi. Sintetizzando ulteriormente questi dati, si può dire che siamo una città operaia, più vecchia (di qualche anno fa) e meno ricca. Eppure ancora aperta agli arrivi esterni. Probabilmente “l’abitudine” ad accogliere ed integrare (maturata dagli anni sessanta coi primi immigrati napoletani e toscani, poi seguiti dai “montanari”) determina accoglienza anche per i cosiddetti stranieri e non crea problemi di integrazione. Tanto è vero che rumeni o coniugi di rumeni o palestinesi italianizzati sono stati candidati alle ultime elezioni da tutti gli schieramenti politici, avvicinandosi (alcuni) alla elezione in Consiglio comunale: gli immigrati di oggi non causano respingimenti come non li creavano quelli di ieri. A questo contribuiscono le scuole vere agenzie di inclusione. Peraltro nessuno, ad oggi, sembra accusare gli stranieri di venire a “prendersi il nostro lavoro”, anche perché l’impoverimento non (ancora) tocca i limiti di guardia. Eppure l’impoverimento c’è e o lo rileviamo non solo da questi dati (irrilevanza del settore agricolo, che per mezzo secolo ha fatto da spalla forte all’industria). Ma soprattutto dall’assottigliamento delle costruzioni che erano state la “valvola di sfogo” del risparmio e degli investimenti sansalvesi. Indice empirico del richiamato impoverimento sono anche i discount che continuano a crescere e che sono il segno evidente che si continua a risparmiare…ma per mangiare e non per costruire. L’impiego dei proventi ricavati dagli operai-contadini (a lungo, uniti nella lotta) in un settore di fatto improduttivo (la casa, peraltro oggi pluritassata, che quindi ha perso di valore) ed il passaggio ad un commercio dove “la roba costa di meno” conferma il mancato decollo del turismo, pur in presenza di una bella spiaggia e di uno sforzo amministrativo per valorizzare la nostra marina. Se, dagli anni settanta e per tutti gli anni ottanta e novanta, al posto di far costruire, costruire e comprare case avessimo fatto alberghi oggi forse avremmo un altro tessuto sociale, con una società meno operaia e più “impiegatizia”. Ma la storia (anche quella economica) non si fa coi se. Tuttavia sarebbe sbagliato cullarsi su ciò che “oggi” sembra funzionare. Abbiamo sbagliato ieri a credere che le fabbriche e la terra ci avrebbero dato da mangiare per sempre. Infatti la terra non ce lo da più e le “pricoche” vengono “streppate”. Per fortuna le fabbriche oggi sono ancora aperte. Ma se chiudessero  si creerebbero problemi di tenuta sociale, oggi sotto tracia e gestiti con le (ancora sufficienti) politiche sociali, molto supportate dal welfare famigliare. Ma siamo sicuri che le nostre famiglie (con gli stessi problemi di tenuta interna di tutte quelle italiane) reggeranno all’urto di un impoverimento ulteriore ? Nella fase di industrializzazione e dell’uscita dalla società di sussistenza, la passata classe dirigente (complessivamente intesa) ha pensato ad infrastrutturare la città, ma non ad attrezzarla sotto il profilo della cultura sociale e d’impresa. Oggi siamo quel che vediamo e non ci è andata male. Ma, in futuro, la città aperta potrebbe chiudersi, gli operai garantiti dovessero precarizzarsi e la povertà aumentare con ciò che ne consegue. Per questo, non basta più fare strade, ristrutturare case, scuole e giardini. Con questa stratificazione sociale, c’è bisogno formare e formarsi con una cultura “sociale e d’impresa”. E lo stimolo deve venire dalla classe dirigente (complessivamente intesa).

Orazio Di Stefano

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